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I TEMPORALI RIGENERANTI

Sabato 16 settembre ore 9:30

I temporali rigeneranti alla base delle alluvioni lampo: che cosa sono, quali sono le condizioni atmosferiche che ne facilitano la formazione, quanta pioggia riversano al suolo e come si prevedono.

fulminiPer l’Italia la stagione autunnale è statisticamente la più piovosa. Il transito delle perturbazioni è facilitato dall’abbassamento del flusso atlantico che riesce a entrare alle nostre latitudini senza troppi problemi, generando condizioni atmosferiche che talvolta possono essere anche molto perturbate e quindi determinare precipitazioni intense, capaci localmente di degenerare in alluvioni lampo. Questo tipo di alluvioni
testimoniano l’impatto devastante che il fenomeno meteorologico chiamato in causa, cioè una tipologia di temporale del tutto particolare, può lasciare sul territorio a causa dell’enorme quantità di pioggia che viene riversata su un’area molto ristretta in un tempo limitato, di solito non superiore alle 4-5 ore.
 
Si tratta di un temporale che assume carattere di forte intensità e diventa “rigenerante” perché non si esaurisce nei tempi classici di un suo simile, ma risulta continuamente alimentato come se si innescasse un circuito atmosferico che lo mantiene in vita, rifornendolo continuamente di umidità e creando così i presupposti per avere precipitazioni continue e a carattere di nubifragio. I fattori che concorrono a formare questo tipo di temporale vanno ricercati a scala sinottica e alla mesoscala, cioè rispettivamente su scale spaziali che sono comprese tra i 1000 e i 10.000 chilometri e tra i 100 e i 1000 chilometri.
 
I FATTORI A SCALA SINOTTICA: la formazione dei temporali rigeneranti è favorito quando si verifica l’ingresso sul Mediterraneo centro-occidentale di un’ampia saccatura di origine nord atlantica, guidata dal transito del ramo principale o secondario della corrente a getto polare (jet stream) lungo i rami discendente e ascendente dell’ampia conca depressionaria presente in quota (prima figura in basso). 1
Sul ramo ascendente, questa dinamica determina un’intensa avvezione di aria calda proveniente da sudovest che trasporta verso le nostre regioni “vorticità positiva”, cioè le condizioni favorevoli affinché l’atmosfera generi quei moti verticali ascendenti dell’aria che stanno alla base della formazione delle nubi e delle precipitazioni. Il transito del ramo ascendente della corrente a getto complica ulteriormente la situazione perché, per come è strutturato questo flusso in quota che è in fase di accelerazione non appena supera l’asse della saccatura (jet streak), esso funziona come un enorme aspirapolvere che richiama dal basso l’aria invogliandola a salire avvitandosi su se stessa. Se l’intera struttura evolve molto lentamente verso levante perché, come spesso può capitare in autunno, sull’Europa orientale è presente un campo anticiclonico che frena la sua avanzata (si parla, in tal caso, di “anticiclone di blocco”), allora le condizioni atmosferiche a scala sinottica che sono favorevoli alla formazione del fenomeno possono persistere anche per diverse ore.
 
I FATTORI ALLA MESOSCALA: per la formazione di temporali rigeneranti è anche necessario avere nei bassi strati una marcata avvezione di aria calda e umida spesso trasportata da una ventilazione di scirocco ben impostata che converge con una massa d’aria proveniente da una diversa direzione e che presenta caratteristiche termodinamiche differenti, come per esempio quella di essere più fredda. L’area in cui le due masse d’aria interagiscono è limitata, tanto che si parla di “linea di convergenza tra masse d’aria diverse” (seconda figura in basso).
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Lungo questa linea l’aria più calda si solleva e va ad alimentare le celle temporalesche che proprio lungo questa convergenza hanno modo di svilupparsi, diventano quindi organizzate e assumono la tipica forma di V se viste dal satellite. Se il vento in quota trasporta poi le nubi temporalesche verso l’interno di una regione che ha alle spalle una catena montuosa, allora al sollevamento dinamico innescato dalle condizioni a scala sinottica e dalla convergenza si somma anche quello forzato dall’orografia (stau) e le precipitazioni diventano più intense. La stagione autunnale è quella più critica per la formazione di questo tipo di fenomeno perché la quantità di vapore acqueo che va ad alimentare questo tipo di sistemi temporaleschi è più abbondante in quanto proviene anche da un bacino del Mediterraneo ancora caldo e quindi in grado di rilasciare più contenuto di umidità in atmosfera. Tra l’altro, un’atmosfera ancora relativamente calda come è quella autunnale è in grado di accumulare più vapore acqueo per la legge fisica di Clausius-Clapeyron (una massa d’aria avente una temperatura di 5 °C può contenere al massimo 5.4 grammi di vapore acqueo per chilogrammo di aria secca; a 15 °C il contenuto è doppio) e di conseguenza è più probabile che in questo periodo le precipitazioni diventino più abbondanti quando le condizioni atmosferiche lo permettono.
L’intreccio di questi fattori può quindi portare ad avere un’alluvione lampo. Se la saccatura evolve molto lentamente e se quindi anche alla mesoscala la linea di convergenza rimane quasi stazionaria insistendo sempre sulla stessa zona, allora il temporale intenso e organizzato diventa anche persistente e quindi concentra le precipitazioni a carattere di nubifragio sempre sulla stessa area: la durata del fenomeno può arrivare anche a 3-5 ore. “Temporali intensi, organizzati e persistenti” è la descrizione di un fenomeno che, se letta in un bollettino meteo, deve fare drizzare le antenne.

LA PIOGGIA DEI TEMPORALI RIGENERANTI: la caratteristica di nubifragio che viene ad assumere la precipitazione di un temporale rigenerante è capace di riversare al suolo, in poco tempo, qualche centinaio di millimetri di pioggia. Non esiste un rateo preciso tipico del fenomeno, ma mediamente si parla di 200-300 millimetri che cadono in 2-3 ore. Per esempio, nell’alluvione che colpì Genova il 4 novembre del 2011, la stazione meteorologica di Vicomorasso registrò 181 millimetri in un’ora, 337 millimetri di tre ore e 386 millimetri in sei ore. Nell’alluvione che colpì le Cinque Terre e la Val di Vara qualche giorno prima (era l’11 ottobre 2011), la stazione meteorologica di Brugnato registrò 143 millimetri in un’ora, 328 millimetri in tre ore e 472 millimetri in sei ore (terza figura in basso).
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Sapendo che un millimetro di pioggia corrisponde a un litro di acqua per metro quadrato, è facile immaginare a quale stress idrico possa essere sottoposto il terreno che ovviamente non è in grado di assorbire una massa d’acqua di tal portata in così poco tempo: giusto per un paragone, i 181 millimetri di pioggia caduti a Vicomorasso (cioè 181 litri di acqua per metro quadro) corrispondono a 121 bottiglie di acqua da un litro e mezzo svuotate in un’ora su un metro quadrato di superficie. Immaginiamo allora la pioggia caduta su centinaia di chilometri quadrati, dove si verifica il temporale rigenerante. Questi sono i numeri che fanno di un’alluvione lampo un evento meteorologico estremo: grosso modo, in linea di massima, la pioggia che dovrebbe cadere in 2-3 mesi cade in un’ora e quella che dovrebbe cadere in 5-6 mesi cade in 5-6 ore. Inevitabile, a questi punti, che la risposta dei corsi d’acqua a questa sollecitazione idrologica sia praticamente istantanea e che la probabilità di avere esondazioni diventa alquanto elevata (quarta figura in basso).
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LA PREVISIONE DEL FENOMENO: come abbiamo detto, il fenomeno si sviluppa su una linea di convergenza che può essere approssimabile a un rettangolo piuttosto stretto: l’area interessata dal temporale rigenerante è quindi piuttosto limitata. Visto che il modello di previsione simula il comportamento dell’atmosfera su un territorio altrettanto simulato, l’inquadramento spaziale e temporale del fenomeno presenta inevitabilmente degli errori e di conseguenza la previsione di tali fenomeni può essere solo di tipo probabilistico. Non è possibile fornire i confini “precisi” entro cui si svilupperà la linea di convergenza e allo stesso tempo non è possibile stabilire i tempi “precisi” in cui si potrebbe formare il fenomeno. In sede di previsione si indica allora un’area più vasta rispetto alle dimensioni dell’area indicata dal modello in cui si ritiene più probabile che il fenomeno possa formarsi e si indica un intervallo temporale in cui si ritiene più probabile che il fenomeno possa formarsi. Può certamente capitare che, alla fine dei giochi, su parte dell’area indicata come potenziale interessata il fenomeno non si verifichi, come può capitare che il fenomeno non si verifichi del tutto. Ci sta, perché ricordiamoci sempre che “la probabilità elevata che un evento si verifichi non lo assicura” e “la bassa probabilità che un evento si verifichi non lo esclude”. Lo abbiamo detto e ancora una volta lo ripetiamo: “modello” e “realtà” non sono la stessa cosa e più mi spingo su scale spazio-temporali ridotte per prevedere fenomeni che a queste scale si sviluppano, più aumenta l’errore a cui è soggetta la previsione. I temporali rigeneranti, purtroppo, fanno parte di quei fenomeni che rientrano in questa casistica: ecco perché bisogna conoscerli, bisogna sapere a cosa possono dare luogo e quali sono i limiti della loro predicibilità. E proprio per l’impatto che hanno sul nostro territorio, devono entrare a far parte obbligatoriamente del nostro bagaglio culturale. Perché dalla cultura nasce la prevenzione e con la prevenzione si salvano vite umane.
 
Andrea Corigliano
fisico dell'atmosfera con specializzazione in meteorologia
andrea cCopyright 2017 Meteocilento - Riproduzione Riservata
 
 

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